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February 23rd, 2013 — Economia, Filosofia, Politica, Sinistra
Il seguente brano è tratto da D. Ricardo, Principi dell’economia politica e delle imposte, Torino 1947, pp. 68-70.
«I salari dovrebbero, alla pari di ogni altro contratto, determnarsi liberamente ad opera di un’adeguata libera concorrenza: il legislatore non dovrebbe mai intervenire col proprio controllo. La tendenza manifesta ed immediata delle leggi per i poveri (poor laws) è in netta opposizione a questi ovvi principi (sic!): tali leggi non migliorano le condiyioni dei pover; peggiorano le condiyioni tanto dei poveri quanto dei ricchi: invece di rendere ricchi i poveri rendono poveri i ricchi (corsivo mio). […] La tendenza pernciosa di tali leggi non è più da tempo un mistero da che è stata delineata a pieno dalla mano esperta del signor Malthus: ogni amico dei poveri dovrebbe desiderarne ardentemente l’abolizione. […] Riducendo gradualmente l’àmbito delle leggi per i poveri, insistendo nello spiegar loro qual valore abbia l’indipendenza e nel far loro apprendere a pensare essi stessi, col loro sforzo, a provvedere al proprio sostentamento (corsivo mio), anzi che sperare nella carità altrui, sistematica o salutaria, chiarendo che prudenza e previdenza sono virtù nè inutili nè prive di vantaggi, ci verremo gradualmente avvicinando ad una condizione di cose più sana e più giovevole. […] Fortunatamente tali leggi hanno funzionato in un periodo di progressiva prosperità, in cui si è manifestato un regolare incremento dei fondi per il sostentamento dei lavoratori: tali fondi han così potuto dare alimento ad una popolazione crescente. Se il nostro progresso divenisse però più lento; se raggiungessimo il livello dello stato stazionario, […] il carattere pernicioso di tali leggi diverrebbe più manifesto e allarmante: in tal caso, per di più, la loro rimozione risulterebbe ostacolata da molte difficoltà nuov che si sono venute aggiungendo alle vecchie (corsivo mio)».
Ora, vi ricorda qualcosa? Capacità di autosostentamento e autoiniziativa, tagli della spesa sociale pubblica, “sacrifici” e “sforzo individuale” contrapposto all’assistenzialismo statale, constatazione che in situazioni di crisi lo stato “non si può permettere” di mantenere i bisognosi, apologia dell’iniziativa privata… Insomma… Quando vi dicono che i liberali, i governi “moderati” sono “il nuovo”, quando vi fanno credere che le “riforme strutturali” (liberali, ovviamente), sono un segno distintivo della “modernità” del paese, quando vi fanno credere che la sinistra è vecchia… beh, non credeteci. Questo testo di Ricardo è del 1817. Marx non era ancora nato.

February 5th, 2013 — Elezioni 2013, Politica, Sinistra
Eppure stavolta ci volevamo credere. Le ultime settimane ci avevano regalato un PD decisamente sopra le righe: Bersani che fa polemica con Monti (che?), Bersani che partecipa al congresso della CGIL (cosa?), Bersani che dice secco “Vendola non lo mollo” (eh?), insomma, sembrava che, nonostante tutto l’ingarbugliatissimo travaglio del centro sinistra, si stesse cominciando (timidamente, eh) a delineare una posizione “a sinistra” del PD. Facevano anche ben sperare le dichiarazioni secche di Fassina in seguito allo scempio neo-feudale che si sta consumando a Pomigliano (1), e invece niente, Bersani ci è cascato un’altra volta. E non si tratta di un “trascurabile” errore, di una “piccola” svista… No, stavolta l’ha fatta grossa. Mancano oramai 20 giorni alle elezioni, e ogni dichiarazione diventa pesante come un macigno. Bersani, a Berlino, ha chiaramente detto, di fronte all’Europa, che «si dichiara pronto a collaborare con chiunque, anche con Monti, contro la destra, i leghisti e i populisti» (2).

Sarebbe spontaneo chiedersi, “perché”? Perché, dopo che il PD stava quasi per uscire dal coma politico in cui è impantanato da quando ha dato il suo sciagurato appoggio all’ancora più sciagurato governo Monti, perché, dopo questi “flebili” sentori di un pur moderatissima socialdemocrazia, perché ci si ostina a ripetere l’insopportabile mantra? Omero e Esiodo credevano che il destino, il fato ineluttabile, fosse la forza che reggesse il cosmo, davanti al quale erano impotenti anche gli dei. Victor Hugo scrisse la sua nota opera “Notre Dame de Paris” dicendo di aver tratto ispirazione da un’iscrizione ritrovata in greco maiuscolo sulla torre della cattedrale, tale parola era appunto “ANANKE”: il fato. Sembra proprio che Monti sia il prescelto dalle Moire per incarnare il crudelissimo compimento dello sciagurato fato, che incombe minaccioso su tutti gli italiani. Nessuno, nemmeno quel “comunista” di Bersani può resistere alla sua forza distruttiva. Giuro, comincio a credere che la storia dell’«ANANKE» non fosse tutta ‘sta cazzata.
(1) cfr. http://www.partitodemocratico.it/doc/245595/fiat-pomiglian-fassina-inaccettabile-comportamento-antisindacale-presenteremo-interrogazione-al-governo.htm
(2) cfr. http://www.repubblica.it/politica/2013/02/05/news/bersani_berlino_german_council_on_foreign_relations-51999385/
January 31st, 2013 — Elezioni 2013, Politica
Mi si perdoni la metafora hegeliana, ma la ritengo estremamente pregnante in relazione agli ultimi sviluppi della dialettica tra le forze politiche “di sinistra” e a sinistra del PD. Parliamoci chiaro, una volta per tutte: c’è molta più vicinanza tra Rivoluzione Civile e SEL che non tra SEL e il PD, o ancora più significativamente, tra PRC e IDV. Tuttavia, RC e SEL corrono divisi. Perché? Ritengo che un ruolo importante giochino le vecchie rivalità tra gli esponenti dei summenzionati gruppi politici (in primis tra Vendola e Rifondazione), nonché una diversa visione delle strategie elettorali, strategie, però, che non necessariamente dovevano tradursi in un’opposizione inconciliabile, come ha dimostrato la volontà del PdCI – dichiarata più volte – di volersi avvicinare alla coalizione di centrosinistra per tentare un’azione di egemonia da sinistra. Operazione fallimentare (ma non per questo priva di una sua coerenza interna, di una sua logica, e di una sua giustificabilità sul piano politico) che ha poi trovato la sua “Aufhebung” (superamento dialettico) nell’adesione alla lista di Ingroia Rivoluzione Civile, dichiarando fin da subito il loro appoggio ai tentativi di Ingroia di instaurare un dialogo col centrosinistra. Sappiamo che il tentativo non ha conosciuto uno sbocco positivo, ma ciò più per responsabilità politiche individuali, che non per un’irrealizzabilità di fondo del progetto. Ad aggravare il quadro, contribuisce la spietata e distrastrata storia della sinistra post-Bolognina, quella sinistra che, totalmente in balìa delle “correnti” momentanee, ha lasciato che quest’ultime la sfaldassero fino all’osso, senza opporre la benché minima resistenza, anzi, cercando di ritrovare l’unità e il senso della sinistra in una dichiarazione di rottura rispetto alla tradizione storica del PCI, per avvicinarsi alle esperienze “movimentiste”, ultime eredi dell’afflato della nuova sinistra degli anni ’70; esperienze che, alla luce degli ultimi anni, non hanno certo rafforzato l’unità (non solo politica) della sinistra, ma che ne hanno, piuttosto, disperso le forze e minato alla base qualsiasi tentativo di conferire alle lotte un qualsivoglia aspetto di organicità. A fronte di una storia così travagliata, risulta impossibile che le varie piccole (piccolissime!) anime della sinistra possano trovare una sintesi priva di contraddizioni: l’ingresso dei vari partiti della sinistra (tra cui, mistero della fede, figura anche l’IDV) nella lista di Ingroia è stato caratterizzato dalla più efferata immediatezza, e così, ad oggi, anime diverse ed inconciliabili si trovano nella situazione di dover convivere necessariamente per evitare che l’imminente tornata elettorale le spazzi via dal panorama politico.

“È una situazione d’emergenza”, mi si dirà. D’accordo, concediamolo. Rimane sempre il fatto che la lista Ingroia manca totalmente di quell’organicità e di quella coesione che sarebbe richiesta ad una nuova e seria forza “di sinistra”, e per quanto unica sponda possibile per tutti quegli elettori che non vogliono svendere il loro voto al riformismo iper-moderato del PD, risulta sempre rispondente alla logica del compromesso, logica a cui, purtroppo, la sinistra si è quasi completamente assuefatta. La mossa più intelligente (nell’ottica di una ricomposizione organica della sinistra) sarebbe un’abbandono da parte di SEL della coalizione Italia Bene Comune e la creazione di un fronte unico con la cosiddetta “estrema sinistra” (d’altronde, la battaglia per il referendum sul lavoro dimostra che la convergenza di temi è reale e possibile). Inutile dire che non succederà mai e che la politica non si fa con i se e con le teorie astratte. A fronte delle conclusioni, il voto a Rivoluzione Civile è davvero l’unica possibilità che si offre all’elettorato “di sinistra”? Sì, è l’unica possibilità. Mi auguro che, visti gli ultimi sviluppi politici del paese, non sia anche l’ultima.
January 29th, 2013 — Politica
Le parole del premier uscente non giungono affatto così inaspettate. Anzi, c’era da chiedersi sul perché non le avesse ancora pronunciate. Oggi Monti è stato irrevocabile: «Nessuna nuova manovra. Se il risultato elettorale sarà nel segno della continuità, e quindi se i mercati saranno rassicurati e i tassi resteranno bassi, si troveranno le risorse per evitare manovre aggiuntive. Diversamente, proporremo una grande coalizione». Tradotto: le cose andranno bene solo se vincerò io, senza possibilità di replica o ripensamento; viceversa, se il paese finirà nelle mani dei “comunisti” (centrosinistra e CGIL), i mercati si arrabbieranno, i tassi si alzeranno e si sarà costretti a fare una nuova manovra. L’unico che deve vincere sono io, anche contro le logiche del voto e le preferenze dell’elettorato, per il bene dell’Italia che solo in me può scorgere una salvezza dallo sfacelo (testualmente: «”Non bastano maggioranze strette per fare tutte le riforme che servono per uscire” dall’emergenza in cui e’ l’Italia e “se ci fosse una grande coalizione” sulle riforme “non so se avrebbe il sapore della vecchia politica, forse avrebbe quello della politica necessaria». fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/01/28/Monti-grande-coalizione-le-riforme_8149554.html). Il significato di queste affermazioni è inquietante quanto in perfetta continuità con le logiche del pensiero unico che oramai sembra aver consolidato la sua egemonia e stretto in una morsa tenace (e, sembra, definitiva) la sfera della politica. Qualsiasi scelta (politica, amministrativa) deve essere subordinata alle richieste dei cosiddetti mercati (che, ricordiamocelo ogni tanto, sono costituiti da uomini esattamente come il sottoscritto): quindi il sentiero politico e il futuro di un paese sono già tracciati, nel segno di quella “continuità” con i dogmi del pensiero unico, tanto cari al nostro caro Monti.

Il Professore si presenta, nuovamente, nelle vesti di unto dal Signore, un Signore, però ben più concreto e meno metafisico di quello dei teologi: è il Signore del mercato, del capitale, dei poteri forti finanziari e del neoliberismo. Un Signore difficile da smascherare, perché non ha volto (piuttosto, ne ha migliaia), perché la sua chiesa non ha una sede, perché i suoi fedeli sono difficili da scoprire, perché tutti quanti, volenti o nolenti, sottostiamo ai suoi comandamenti. Se cercavate la Chiesa universale, eccola qua. E meno male che, ancora una volta, il Messia venuto dalla Bocconi è sceso tra di noi per diffondere la Buona Novella.
January 28th, 2013 — Politica
Ammettiamolo, non ce l’aspettavamo. Tutti sono a conoscenza delle antipatie anti-comuniste del cavaliere, ma nessuno si sarebbe mai aspettato un’esternazione come quella odierna (di ieri n.d.a):«Il fatto delle leggi razziali è la peggior colpa di un leader, Mussolini, che, per tanti altri versi, invece, aveva fatto bene». Innanzi tutto, una riflessione di sfuggita. Cosa intende il Cavaliere quando usa le parole “aveva fatto bene”? Su cosa si misura la qualità di un leader? Su che basi? Il nodo della questione, è tutto qui. Mussolini aveva fatto bene certe cose, altre no afferma il Cavaliere, ma facendo quest’affermazione (che di per sé è un po’grave), sta ponendo un problema, di ordine non proprio secondario: si può giudicare l’operato di un leader politico, indipendentemente dalle sue posizioni politiche? Cioè, si può scorporare (come se niente fosse) la sostanza dal contenuto? I fatti dalla cornice che li contiene? Nella fattispecie, si può giudicare la politica a prescindere dalla politica? A quanto pare il Cavaliere risponderebbe di “sì”, dato che le sue affermazioni nascondono implicitamente l’affermazione che si può essere un buon politico pur essendo fascista. Allora ha ragione chi afferma che Monti è la continuazione del Berlusconismo: se il Montismo è il mascheramento subdolo della ideologia sotto il velo della non-ideologia, della governance neutrale rispetto a qualsiasi schieramento, l’ultima affermazione del Cavaliere si va ad inscrivere proprio su questo solco: l’operato di Mussolini può essere valutato al di là del fatto che fosse un dittatore fascista, alleato con la Germania nazista e complice nella tragedia dell’Olocausto. Sono affermazioni di per sé un po’ forti, che mettono la pelle d’oca. La questione qui non è se Mussolini abbia fatto cose buone o no (secondo il sottoscritto ovviamente NO), ma se si può parlare di Mussolini a prescindere dalla sua collocazione politica. Come si vede, ne va del senso stesso che attribuiamo alla parola politica, un senso che oggi sembra sgretolarsi giorno dopo giorno, minuto dopo minuto.
Sono sicuro che il Cavaliere non abbia minimamente pensato alle implicazioni della sua (grave) affermazione, e anzi, che non abbia proprio idea di ciò che quelle parole possano significare. È questo è grave. Ancora più grave se si pensa che queste frasi sono state pronunciate nel Giorno della Memoria. Più grave ancora, infine, se si pensa che siamo in campagna elettorale. Il dubbio può legittimamente sorgere: non è che abbia ragione Bersani? Che Berlusconi stia semplicemente cercando i voti dei fascisti?
Personalmente, giuro, preferirei non saperlo.
