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Quando vi dicono che i liberali sono “il nuovo e il moderno”.

Il seguente brano è tratto da D. Ricardo, Principi dell’economia politica e delle imposte, Torino 1947, pp. 68-70.

«I salari dovrebbero, alla pari di ogni altro contratto, determnarsi liberamente ad opera di un’adeguata libera concorrenza: il legislatore non dovrebbe mai intervenire col proprio controllo. La tendenza manifesta ed immediata delle leggi per i poveri (poor laws) è in netta opposizione a questi ovvi principi (sic!): tali leggi non migliorano le condiyioni dei pover; peggiorano le condiyioni tanto dei poveri quanto dei ricchi: invece di rendere ricchi i poveri rendono poveri i ricchi (corsivo mio). […] La tendenza pernciosa di tali leggi non è più da tempo un mistero da che è stata delineata a pieno dalla mano esperta del signor Malthus: ogni amico dei poveri dovrebbe desiderarne ardentemente l’abolizione. […] Riducendo gradualmente l’àmbito delle leggi per i poveri, insistendo nello spiegar loro qual valore abbia l’indipendenza e nel far loro apprendere a pensare essi stessi, col loro sforzo, a provvedere al proprio sostentamento (corsivo mio), anzi che sperare nella carità altrui, sistematica o salutaria, chiarendo che prudenza e previdenza sono virtù nè inutili nè prive di vantaggi, ci verremo gradualmente avvicinando ad una condizione di cose più sana e più giovevole. […] Fortunatamente tali leggi hanno funzionato in un periodo di progressiva prosperità, in cui si è manifestato un regolare incremento dei fondi per il sostentamento dei lavoratori: tali fondi han così potuto dare alimento ad una popolazione crescente. Se il nostro progresso divenisse però più lento; se raggiungessimo il livello dello stato stazionario, […] il carattere pernicioso di tali leggi diverrebbe più manifesto e allarmante: in tal caso, per di più, la loro rimozione risulterebbe ostacolata da molte difficoltà nuov che si sono venute aggiungendo alle vecchie (corsivo mio)».

Ora, vi ricorda qualcosa? Capacità di autosostentamento e autoiniziativa, tagli della spesa sociale pubblica, “sacrifici” e “sforzo individuale” contrapposto all’assistenzialismo statale, constatazione che in situazioni di crisi lo stato “non si può permettere” di mantenere i bisognosi, apologia dell’iniziativa privata… Insomma… Quando vi dicono che i liberali, i governi “moderati” sono “il nuovo”, quando vi fanno credere che le “riforme strutturali” (liberali, ovviamente), sono un segno distintivo della “modernità” del paese, quando vi fanno credere che la sinistra è vecchia… beh, non credeteci. Questo testo di Ricardo è del 1817. Marx non era ancora nato.

 

Scusate, abbiamo scherzato.

Eppure stavolta ci volevamo credere. Le ultime settimane ci avevano regalato un PD decisamente sopra le righe: Bersani che fa polemica con Monti (che?), Bersani che partecipa al congresso della CGIL (cosa?), Bersani che dice secco “Vendola non lo mollo” (eh?), insomma, sembrava che, nonostante tutto l’ingarbugliatissimo travaglio del centro sinistra, si stesse cominciando (timidamente, eh) a delineare una posizione “a sinistra” del PD. Facevano anche ben sperare le dichiarazioni secche di Fassina in seguito allo scempio neo-feudale che si sta consumando a Pomigliano (1), e invece niente, Bersani ci è cascato un’altra volta. E non si tratta di un “trascurabile” errore, di una “piccola” svista… No, stavolta l’ha fatta grossa. Mancano oramai 20 giorni alle elezioni, e ogni dichiarazione diventa pesante come un macigno. Bersani, a Berlino, ha chiaramente detto, di fronte all’Europa, che «si dichiara pronto a collaborare con chiunque, anche con Monti, contro la destra, i leghisti e i populisti» (2).

Sarebbe spontaneo chiedersi, “perché”? Perché, dopo che il PD stava quasi per uscire dal coma politico in cui è impantanato da quando ha dato il suo sciagurato appoggio all’ancora più sciagurato governo Monti, perché, dopo questi “flebili” sentori di un pur moderatissima socialdemocrazia, perché ci si ostina a ripetere l’insopportabile mantra? Omero e Esiodo credevano che il destino, il fato ineluttabile, fosse la forza che reggesse il cosmo, davanti al quale erano impotenti anche gli dei. Victor Hugo scrisse la sua nota opera “Notre Dame de Paris” dicendo di aver tratto ispirazione da un’iscrizione ritrovata in greco maiuscolo sulla torre della cattedrale, tale parola era appunto “ANANKE”: il fato. Sembra proprio che Monti sia il prescelto dalle Moire per incarnare il crudelissimo compimento dello sciagurato fato, che incombe minaccioso su tutti gli italiani. Nessuno, nemmeno quel “comunista” di Bersani può resistere alla sua forza distruttiva. Giuro, comincio a credere che la storia dell’«ANANKE» non fosse tutta ‘sta cazzata.

(1) cfr. http://www.partitodemocratico.it/doc/245595/fiat-pomiglian-fassina-inaccettabile-comportamento-antisindacale-presenteremo-interrogazione-al-governo.htm

(2) cfr. http://www.repubblica.it/politica/2013/02/05/news/bersani_berlino_german_council_on_foreign_relations-51999385/