Mi si perdoni la metafora hegeliana, ma la ritengo estremamente pregnante in relazione agli ultimi sviluppi della dialettica tra le forze politiche “di sinistra” e a sinistra del PD. Parliamoci chiaro, una volta per tutte: c’è molta più vicinanza tra Rivoluzione Civile e SEL che non tra SEL e il PD, o ancora più significativamente, tra PRC e IDV. Tuttavia, RC e SEL corrono divisi. Perché? Ritengo che un ruolo importante giochino le vecchie rivalità tra gli esponenti dei summenzionati gruppi politici (in primis tra Vendola e Rifondazione), nonché una diversa visione delle strategie elettorali, strategie, però, che non necessariamente dovevano tradursi in un’opposizione inconciliabile, come ha dimostrato la volontà del PdCI – dichiarata più volte – di volersi avvicinare alla coalizione di centrosinistra per tentare un’azione di egemonia da sinistra. Operazione fallimentare (ma non per questo priva di una sua coerenza interna, di una sua logica, e di una sua giustificabilità sul piano politico) che ha poi trovato la sua “Aufhebung” (superamento dialettico) nell’adesione alla lista di Ingroia Rivoluzione Civile, dichiarando fin da subito il loro appoggio ai tentativi di Ingroia di instaurare un dialogo col centrosinistra. Sappiamo che il tentativo non ha conosciuto uno sbocco positivo, ma ciò più per responsabilità politiche individuali, che non per un’irrealizzabilità di fondo del progetto. Ad aggravare il quadro, contribuisce la spietata e distrastrata storia della sinistra post-Bolognina, quella sinistra che, totalmente in balìa delle “correnti” momentanee, ha lasciato che quest’ultime la sfaldassero fino all’osso, senza opporre la benché minima resistenza, anzi, cercando di ritrovare l’unità e il senso della sinistra in una dichiarazione di rottura rispetto alla tradizione storica del PCI, per avvicinarsi alle esperienze “movimentiste”, ultime eredi dell’afflato della nuova sinistra degli anni ’70; esperienze che, alla luce degli ultimi anni, non hanno certo rafforzato l’unità (non solo politica) della sinistra, ma che ne hanno, piuttosto, disperso le forze e minato alla base qualsiasi tentativo di conferire alle lotte un qualsivoglia aspetto di organicità. A fronte di una storia così travagliata, risulta impossibile che le varie piccole (piccolissime!) anime della sinistra possano trovare una sintesi priva di contraddizioni: l’ingresso dei vari partiti della sinistra (tra cui, mistero della fede, figura anche l’IDV) nella lista di Ingroia è stato caratterizzato dalla più efferata immediatezza, e così, ad oggi, anime diverse ed inconciliabili si trovano nella situazione di dover convivere necessariamente per evitare che l’imminente tornata elettorale le spazzi via dal panorama politico.

“È una situazione d’emergenza”, mi si dirà. D’accordo, concediamolo. Rimane sempre il fatto che la lista Ingroia manca totalmente di quell’organicità e di quella coesione che sarebbe richiesta ad una nuova e seria forza “di sinistra”, e per quanto unica sponda possibile per tutti quegli elettori che non vogliono svendere il loro voto al riformismo iper-moderato del PD, risulta sempre rispondente alla logica del compromesso, logica a cui, purtroppo, la sinistra si è quasi completamente assuefatta. La mossa più intelligente (nell’ottica di una ricomposizione organica della sinistra) sarebbe un’abbandono da parte di SEL della coalizione Italia Bene Comune e la creazione di un fronte unico con la cosiddetta “estrema sinistra” (d’altronde, la battaglia per il referendum sul lavoro dimostra che la convergenza di temi è reale e possibile). Inutile dire che non succederà mai e che la politica non si fa con i se e con le teorie astratte. A fronte delle conclusioni, il voto a Rivoluzione Civile è davvero l’unica possibilità che si offre all’elettorato “di sinistra”? Sì, è l’unica possibilità. Mi auguro che, visti gli ultimi sviluppi politici del paese, non sia anche l’ultima.
